Sono stato tirato in ballo dalle dichiarazioni fatte da Pino Rito, quale presidente della Confcommercio, e  comparse sui quotidiani locali , per cui sento il dovere di rispondere  perché questo tema è molto delicato e rischia di ingenerare disorientamento e confusione.

Non credo di essere io il depositario della verità in questo settore, ma ancora di più  credo che non possa esserlo il presidente della Confcommercio il quale se da un lato sembra avere piena  conoscenza  dei meccanismi operativi e tattici del racket a Vibo Valentia e ne da spiegazione, dall’altro legittima il comportamento dell’esercente  di cercare di capire da dove arriva il messaggio mafioso e quindi adeguarvisi supinamente.

Ho vissuto sulla mia pelle  i passaggi descritti da Pino Rito, ma il non essermi “allineato” mi da l’autorità  maggiore per intervenire in questa inutile polemica che Pino Rito ha sollevato.

E’ proprio in virtù della mia esperienza e del mio vissuto di  vittima del racket e dell’usura che mi fa essere pienamente in accordo con il pensiero di Libera perché sono consapevole che è giunto il momento che ciascuno di noi cittadini  assumiamo sulle nostre spalle la responsabilità di ciò che non funziona.

Non possiamo fare passare il concetto , peraltro ormai fritto, che l’omertà dei cittadini in generale e dei commercianti in particolare dipende dai “ritardi dello Stato” o ancora peggio dallo “Stato che non esiste”.

Non è vero che lo Stato non esiste e non è vero che lo Stato non ha fatto nulla di concreto nei miei confronti.

Sicuramente la burocrazia rallenta le pratiche, sicuramente vi sono dei funzionari corrotti o dei politici collusi che fanno diventare lo Stato sordo e stanco .

In questo caso non si può attribuire agli altri la responsabilità delle cose che non vanno perché noi abbiamo la responsabilità - che è individuale- di urlare, lottare contro i ritardi della burocrazia,  di alimentare con idee di rinnovamento e di modifica le leggi che non vanno, di non accettare e votare politici che non hanno mai curato gli interessi della collettività ma hanno solo operato fin dove arriva l’ombra del proprio naso.

Io l’ho fatto, ho lottato, mi sono assunto la responsabilità del mio essere cittadino che pretende l’applicazione delle leggi da un lato e dall’altro che promuove modifiche e riforme ed ho trovato le risposte che cercavo.

La mia situazione di essere soggetto scortato e tutelato, che forse può fare una qualche impressione, non dipende dallo Stato che è assente, ma dipende dal silenzio dei miei concittadini e dalla solitudine in cui mi hanno lasciato i miei colleghi.

Mi riferisco alla solitudine ed all’indifferenza quando lo Stato, presente a Vibo, ha inaugurato il mio negozio realizzato con i fondi dell’antiracket, ma soprattutto mi riferisco alla solitudine che deriva dall’avermi lasciato solo nelle denunce: se appresso a me  tutti avessero fatto fronte comune e avessero denunciato con nomi e cognomi i criminali che pretendono “l’allineamento” di cui Rito parla e che, prima o poi quando si tratta di incassare perdono i connotati di persone ignote e sconosciute, io sarei stato meno solo e forse oggi non avrei bisogno di scorta e tutela.

Non  mi serviva certo il pietismo per quello che ho dovuto affrontare o la pseduo-solidarietà espressa su qualche articolo di giornale o qualche lettera scritta a tempo perso a qualche soggetto istituzionale.

Non è tanto grave e penoso  il fatto di “protestare per ottenere qualche beneficio” , è ancora più grave e penoso – e  vi assicuro che ferisce profondamente- sapere che chi non fa i nomi dei propri aguzzini riesce ad ottenere quello stesso beneficio e stranamente a volte con più facilità.