13/12/2010

Hanno testimoniato, ma oggi si sentono delusi e abbandonati

Da  Gazzetta del sud
Francesco Kostner
Per prima cosa bisogna sgomberare il campo da equivoci e pregiudizi. Quando si parla di testimoni di giustizia non ci si riferisce ai pentiti. La confusione è sempre dietro l'angolo: per gli operatori del diritto, per la legge, per l'opinione pubblica. Confusione generata, ahinoi, da approcci superficiali quanto non da vera e propria ignoranza.
Eppure si tratta di due categorie totalmente diverse. I testimoni di giustizia sono soggetti incensurati, che hanno avuto la disavventura di assistere, o di essere vittime, di un crimine, e hanno deciso di denunciarlo alle autorità. In conseguenza di ciò, sono stati sottoposti a programmi di protezione, spesso rivelatisi fallimentari se non, forse, più pericolosi della stessa minaccia da parte della criminalità. Una vita perennemente in fuga, la loro, tra dimore protette e con la puzza di polvere da sparo sempre sotto il naso.
Gente, in altre parole, che si è trovata e rimane tra l'incudine (della ritorsione mafiosa) e il martello (dell'inefficienza burocratica).
"Tra l'incudine e il martello" è proprio il titolo del libro che l'avvocato cosentino Angelo Greco ha pubblicato recentemente per i tipi di Pellegrini Editore, nell'ambito della collana "Mafie", curata da Antonio Nicaso (già noto per il suo bestseller "Fratelli di Sangue" scritto con Nicola Gratteri).
Greco ha il merito di affrontare un tema mai trattato prima così a fondo. Perché parlare di testimoni di giustizia è come percorrere un terreno "minato".
"Minato" perché non è facile trovare un rappresentate delle istituzioni obiettivo nell'elencare le deficienze della legge (L. 45/2001) che disciplina lo status di testimoni e le inefficienze dell'apparato burocratico, che ne dovrebbe preservare la sicurezza.
"Minato" perché i pochi testimoni di giustizia attualmente in Italia (solo 71), a quanto si legge nel libro di Greco, si sentono tutti sconfitti, nello spirito oltrechè come persone.
Angelo Greco è entrato nelle loro vite e ne ha ricostruito la storia sotto un'apparente forma-romanzo; che romanzo non è perché, per quanto incredibili, questi racconti sono tutti drammaticamente "veri".
Quelle che si leggono in "Tra l'incudine e il martello" sono pagine inquietanti, perché mettono a nudo presunte complicità tra Stato e criminalità, il marcio che regnerebbe nella nostra burocrazia e l' omertà insita nell'Italiano.
L'Autore, come si diceva, si spinge ad analizzare le falle della legge sulla protezione dei testimoni e perché nessuno ancora abbia ritenuto necessario modificarle. Il quadro che emerge dal libro impone serie riflessioni. Le voci raccolte da Greco sembrano quelle di tanti uomini e donne accomunati da un'unica vicenda: essere testimoni di "ingiustizia". Anzi, di doppia ingiustizia. Quella che subiscono dai loro carnefici, che hanno avuto il coraggio di denunciare, e quella dello Stato che, loro malgrado, li avrebbe dimenticati.
C'è di più. E non è poco. Il libro sembra suggerire l'ennesimo segreto di Stato. Tutto partirebbe dalle stragi di Capaci e Via D'Amelio. Dopo di allora la mafia si sarebbe resa conto che non bisogna uccidere i "paladini del popolo" quando sono sotto la pubblica attenzione. Così Greco, attraverso le sue pagine, fa sorgere il sospetto che lo Stato abbia voluto abbandonare i testimoni, licenziandoli dai programmi di protezione in modo coartato. Ciò affinché, proprio in ragione di "accordi" con la criminalità organizzata, quest'ultima potesse raggiungere i testimoni e operare la sua vendetta, mentre allo Stato rimaneva la semplice quanto agghiacciante giustificazione: "non erano più sotto la nostra protezione". Il che, fa notare l'autore (ovviamente è tutto da dimostrare), farebbe il paio con le preoccupate riflessioni di un insospettabile come Giovanni Falcone, il quale, dall'alto della sua esperienza, diceva:«Se è vero, com'è vero, che una delle cause principali dell'attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col mondo della politica e con centri di potere extra-istituzionale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante inerzia nell'affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sui troppo inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti». E questo, di per sé, basterebbe più di tante parole.
Il libro, che è stato presentato proprio ieri a Cosenza, è destinato senza dubbio a far discutere molto. Greco, dal canto suo, è convinto di aver centrato un obiettivo importante:«Viviamo in un Paese che si autodefinisce "culla del diritto", ma a furia di cullarlo questo diritto si è addormentato. Siamo un popolo con una cultura giuridica bassissima. A partire dalle scuole, gli stessi professori ignorano il peso della costituzione nella gerarchia delle fonti del diritto. Siamo un popolo di giudici: di questi, alcuni siedono nelle aule dei tribunali, ma la maggior parte sulle sedie dei barbieri. Tutti pronti a giudicare. E nessuno sa che, al di là delle indagini dei magistrati e dei PM armati dei codici, i veri eroi del processo sono i testimoni di giustizia. Mi hanno detto: "Ma chi te la fa fare.? Perché ti scomodi. Tanto le cose non cambiano". Erano le stesse parole che dicevano i poliziotti quando i testimoni volevano denunciare i delitti a cui avevano assistito. E arrivavano anche ad impedirgli di denunciare. Qualche sera fa, Benigni, nel corso della prima puntata di "Vieni via con me" ha detto: "Chi non denuncia il male, permette che si compia". Siamo tutti responsabili del male che ogni giorno viene compiuto davanti ai nostri occhi, se non lo denunciamo. Chi non si è mai confrontato con questo problema, dovrebbe cominciare a farlo. La nostra cultura italica è intrisa di omertà. Dal nord al sud. È un aspetto innato ed incosciente».

09:57 Scritto da: nelloruello | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

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